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Emozioni Psicologia

Ansia e paura: il desiderio di cambiare

Ansia e paura ci hanno accompagnato in questo periodo di quarantena, creando uno stato di malessere e disagio psico-fisico. Cosa dobbiamo aspettarci ora?
Siamo nella fase della ripresa e della riapertura delle attività lavorative. Piano piano il ritmo lavorativo e la fase produttiva stanno riprendendo, insieme alle routine quotidiane. Alle spalle abbiamo un periodo lungo di quarantena, che ci ha visti costretti e limitati tra le mura domestiche. Per qualcuno è stato un momento per ritrovarsi, per staccare con i ritmi accelerati esterni e scoprire la lentezza. Per altri è stato un momento di condivisione e recupero dei momenti persi in famiglia, scoprendo la gioia dello stare insieme al proprio partner e/o ai propri figli. Altri ancora hanno vissuto un incubo, vivendo la casa come una prigione, che ha scatenato liti e conflittualità, o ha accelerato processi di separazione. C’è chi si è trovato solo e lontano dai propri affetti, sentendo il vuoto relazionale. C’è chi finalmente ha preso le redini della propria vita, ristabilendo le giuste priorità.
Ansia e paura
C’è ansia e paura di ricominciare. Ansia rispetto alla presenza ancora del virus e quindi di potersi contagiare. Paura di ritornare ai ritmi di prima, alla vita frenetica. Durante la quarantena tutti noi abbiamo potuto sperimentare la lentezza e la noia, che se da un lato ci hanno fatto sentire frustrati, dall’altro ci hanno fatto assaporare meglio ciò che ci circonda. Cucinare, mangiare insieme, leggere un libro, giocare con i propri figli, passare del tempo insieme al proprio partner. Spesso la vita di tutti i giorni ci ha fatto perdere di vista l’importanza dello stare insieme e del godere delle piccole cose. Oggi che abbiamo potuto sperimentarlo, sentiamo anche il diritto di voler mantenere queste conquiste. Pertanto, dietro alla paura e all’ansia di ritornare alla normalità c’è il desiderio anche di cambiare e di dare nuovo vigore alla propria vita.
Crisi
Il termine crisi deriva dal greco krisis e significa decisione. Esso rimanda al concetto di punto di svolta e di cambiamento. Una crisi è contemporaneamente un momento critico e un’opportunità. Per definizione l’essere umano tende alla progressione, all’evoluzione e quindi alla crisi. Siamo esseri in continuo movimento e mutamento. La stabilità in senso stretto non dura a lungo. Eventi esterni e interni scandiscono la nostra vita, facendoci attraversare momenti critici: la nascita, i primi passi, l’ingresso a scuola, la pubertà, l’adolescenza, i primi amori, il matrimonio, la genitorialità, per citarne alcuni. Quello che ognuno fa della crisi esistenziale e il modo in cui reagisce ad essa determina il risultato: una lunga sofferenza o un cambiamento evolutivo. Più si resta aggrappati al passato e si nega o si reagisce con rabbia all’evento critico più si vive con difficoltà e sofferenza.
Cambiamento
Una crisi rappresenta la rottura dell’equilibrio psichico precedente e spinge verso il cambiamento e la ricerca di un nuovo equilibrio. Ogni volta che siamo toccati da eventi significativi, positivi o negativi, o anche ogni volta che raggiungiamo nuove consapevolezze, siamo costretti a ricercare equilibri di ordine superiore, più sofisticati e articolati. Il periodo che abbiamo vissuto ha segnato un punto di svolta nella nostra esistenza ed è importante il modo in cui ognuno ha reagito e sta reagendo ad esso. C’è il rischio di perdersi o di rimanere bloccati. Ma bisogna impegnarsi per superare la crisi e farla diventare un cambiamento di vita. Dietro alla paura di uscire di nuovo e riprendere la propria vita c’è anche il desiderio di cambiarla alla luce delle nuove conquiste personali. Cosa vi portate di questo periodo? Quali sono le vostre conquiste e i vostri punti di svolta?
Se invece la sofferenza si prolunga oltremodo si può sempre ricorrere al consulto di uno specialista, uno psicoterapeuta, che possa aiutare a ridurre il carico emotivo e superare l’evento critico per trovare un nuovo equilibrio.

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Emozioni Psicologia

Paura di uscire: la fase 2 della pandemia

Paura di uscire, di riprendere le vecchie abitudini e di ritornare alla pseudo normalità? Cosa ci sta accadendo? Come possiamo affrontare questa nuova fase?
Dopo quasi due mesi dall’inizio di questo periodo di quarantena dovuto al nuovo virus che ha colpito l’intera popolazione mondiale, ci ritroviamo ad uscire di casa. Siamo di fronte ad un nuovo fenomeno: la paura di uscire. Perché accade? Come affrontare questo blocco?

Nuove e vecchie abitudini
Dobbiamo pensare che il nostro organismo ci ha messo tanto tempo per accettare la situazione di restrizione totale e di impossibilità ad avere contatti sociali da vicino. In questo lungo periodo abbiamo sopportato, non con pochi sacrifici, questa quarantena, creando nuove routine e nuove abitudini. Ora che finalmente possiamo ritornare ad una pseudo normalità e fare visita a qualche parente stretto ci assale la paura di uscire.

Nuovi valori
Questo tempo di pausa dalla vita reale ci ha permesso di staccare la spina dallo stress quotidiano, dal lavoro, da tutta un serie di impegni che ci sovraccaricavano. Questo ha significato poter stare vicino alla propria famiglia, dedicare più tempo a loro e a se stessi. C’è chi ha riscoperto vecchie passioni, chi ne ha trovato delle nuove, e ancora chi si è dedicato alla cura di se stesso attraverso l’attività sportiva, iniziando un corso di meditazione o una psicoterapia.

Paura di perdere le nuove conquiste
È comprensibile la paura di uscire come paura di perdere ciò che si è acquisito. Questo periodo ci ha fatto riscoprire la lentezza e allo stesso tempo ci ha fatto assaporare le piccole e quotidiane gioie della vita. Raccogliendosi nelle proprie abitazioni ognuno ha potuto vivere al meglio le relazioni familiari o prendersi cura di se stesso. Uscire comporta ritornare a vecchie abitudini che, forse, oggi più che mai si vogliono cambiare.

Paura del contagio
A ciò si aggiunge la paura di essere contagiati, poiché la pandemia è ancora in atto. Ad oggi non c’è ancora una soluzione definitiva, ad esempio una cura o un vaccino, che possa porre fine al virus. Stare a casa, quindi, ha la funzione di tenerci al sicuro.

Riconoscere e accettare
E’ importante non forzarsi, ma riconoscere questa difficoltà come normale conseguenza di un periodo unico e difficile che abbiamo vissuto. Pertanto, bisogna accettare che per il momento si possa avere paura di uscire, di contagiarsi. Uscendo ci si rende anche conto degli effetti del Coronavirus: negozi chiusi, persone con le mascherine, strade vuote ecc. Tutto questo ha delle ripercussioni a livello psicologico ed emotivo: prendere consapevolezza che tutto è cambiato.

Piccoli passi
Impariamo a procedere a piccoli passi. Poco alla volta iniziamo ad uscire e a ricongiungerci con i propri familiari. Accettiamo le nostre emozioni e qualora siano molto forti non esitare a chiedere aiuto ad uno psicologo per farsi accompagnare in questo momento di transizione.

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Dipendenze

Dipendenza affettiva: quando un legame d’amore diventa tossico e malato

Cos’è la dipendenza affettiva? Cosa differenzia un legame d’amore sano da uno tossico? Quando si ama troppo qualcuno in realtà non si ama affatto finendo per perdere se stessi e mettere a repentaglio il proprio benessere e la propria salute.
“Quando essere innamorate significa soffrire, stiamo amando troppo. Quando nella maggior parte delle nostre conversazioni con le amiche intime parliamo di lui, dei suoi problemi, di quello che lui pensa, dei suoi sentimenti, e quasi tutte le nostre frasi iniziano con “lui..” stiamo amando troppo. Quando giustifichiamo i suoi malumori, il suo cattivo carattere, la sua indifferenza, o li consideriamo conseguenze di un’infanzia infelice e cerchiamo di diventare la sua terapista, stiamo amando troppo. Quando la relazione con lui mette a repentaglio il nostro benessere emotivo, e forse anche la nostra salute e la nostra sicurezza, stiamo decisamente amando troppo.” (Norwood, 1985, p. 13).
Ho riportato le parole che Norwood usa nell’introduzione al libro “Donne che amano troppo”, perché evidenziano, a mio parere, il cuore della problematica della dipendenza affettiva. Fromm (1981) scriveva che non si può amare qualcuno se non si ama prima se stesso, e in effetti da come si evince dalle parole dell’autrice, in realtà quando si ama troppo non si sta amando affatto, perché si ama con la paura di essere abbandonate, di non essere degne d’amore, di essere ignorate, per cui è più forte il bisogno dell’altro.
L’amore, nelle sue diverse forme di attaccamento e nelle sue manifestazioni più sane, rappresenta una capacità, e al tempo stesso, un naturale bisogno di ogni essere umano. Fin dalla nascita l’uomo è predisposto biologicamente ad essere dipendente, ad avere un legame di sopravvivenza con la figura di accudimento, solitamente la madre, della quale non può fare a meno. In questo primo periodo la dipendenza è qualcosa di necessario, ed è importante successivamente che la situazione cambi, affinché il piccolo bambino possa diventare un adulto autonomo e sicuro. Questa caratteristica può essere all’origine della maggior parte dei problemi di natura affettivo – relazionale nell’età adulta. Ciò che colpisce è proprio la staticità dei legami di dipendenza affettiva da adulti, come se il tempo si fosse fermato a quando si era piccoli e indifesi, e non è avvenuta quella separazione necessaria e quella maturazione che avrebbero reso il bambino un futuro adulto capace di amare.

Un legame tossico
Quando un rapporto affettivo diventa un “legame che stringe”, o ancora peggio “un’ossessione” in cui si altera quel necessario equilibrio tra il dare e ricevere, l’amore diventa una vera e propria dipendenza affettiva. Spesso si sente parlare di “mal d’amore”, “intossicazione d’amore”, o “droga d’amore”, in realtà questi termini non sono interscambiabili poiché si riferiscono a degli stati affettivi diversi. Mentre il “mal d’amore” riguarda uno stato di malessere temporaneamente normale in seguito ad una delusione del rifiuto, o può presentarsi in una fase iniziale di una relazione, quella più passionale dell’innamoramento, il termine “intossicazione d’amore” fa riferimento ad una tendenza psicologica e comportamentale che può coincidere con la dipendenza affettiva: una condizione di malessere relazionale dato da un’assenza di reciprocità nella vita affettiva all’interno della coppia che potrebbe interrompersi o sfociare in una dipendenza affettiva, soprannominata anche “droga d’amore”.

Nuove dipendenze
La dipendenza può svilupparsi anche senza la sostanza, a tal proposito oggi si parla delle New Addiction, ovvero tutte quelle forme di dipendenza in cui non è implicato l’uso di alcuna sostanza chimica (droga, alcol, ecc.) ma l’oggetto della dipendenza è caratterizzato da comportamenti o attività che normalmente fanno parte della vita quotidiana (gioco, internet, shopping, sesso, cibo). Nella dipendenza affettiva è la relazione stessa a costituire l’oggetto di dipendenza: questi soggetti non riescono ad avere una vita soddisfacente, vivono in balìa delle emozioni, vengono divorati dalle storie d’amore arrivando anche all’autodistruzione, non sono autonomi e senza l’altro si sentono persi. In questa prospettiva, la dipendenza affettiva comprende anche tutte le manifestazioni distanzianti evitanti, che prendono forma come reazione difensiva ad una devastante angoscia abbandonica, e che si fondano sulla negazione della dipendenza. Per questo motivo un dipendente è attratto da un evitante affettivo, e viceversa.

Caratteristiche del dipendente affettivo
Un dipendente affettivo non è in grado di prendere decisioni da solo, ha un comportamento sottomesso verso gli altri, ha sempre bisogno di rassicurazioni e non è in grado di funzionare bene senza qualcuno che si prenda cura di lui. Così si affida al partner, ai genitori, agli amici, sempre alla ricerca di un magic helper, che lo guidi e di cui assorbire la presenza, la forza e la competenza. Pur di stare con qualcuno è disposto a tutto, anche a fare cose spiacevoli e degradanti, accettando situazioni che per altri possono essere intollerabili: il caso tipico è quello di chi sopporta le violenze fisiche e psicologiche pur di non perdere il partner. Pur di sentirsi protetto arriva a sottomettersi al controllo e al potere dell’altro, e questo dipendere unicamente da fonti esterne per ottenere gratificazioni lo rende vulnerabile ai desideri e agli umori degli altri. Un altro aspetto importante è la difficoltà a riconoscere i propri bisogni, con la tendenza a subordinarli a quelli dell’altro, in questo modo amare l’altro diventa una forma di sofferenza, poiché la propria salute e la propria sicurezza sono messi a repentaglio per il benessere dell’altro. Il dipendente affettivo non riesce a prendersi cura di sé, poiché tutta l’energia è impiegata nell’amare l’altro e nel ricevere approvazione. C’è poi un altro aspetto da considerare che consiste in un atteggiamento negativo verso il sé, per cui si hanno pensieri del tipo “io sono cattivo, gli altri sono buoni, mi trattano male per colpa mia, ecc.”. Queste persone soffrono di un profondo senso di inadeguatezza, per cui si illudono che per poter essere amate devono rendersi amabili, sacrificabili, anche se questo significa farsi male. Un ultimo aspetto è la paura di cambiare, per cui resistono ad ogni tentativo di sviluppo e soffocano ogni desiderio ed interesse, per tale ragione un percorso terapeutico con questo tipo di problematica risulta difficile, costringendo i terapeuti e i soggetti dipendenti stessi a misurarsi, usando le parole di Aurilio (2005) con il fascino della sfida e lo spettro del fallimento.

Cos’è la dipendenza affettiva? Cosa differenzia un legame d’amore sano da uno tossico? Quando si ama troppo a tal punto da perdersi nell’altro.

Dipendenza affettiva: quando un legame d’amore diventa tossico e malato
è un legame d’amore che diventa tossico.